giovedì 18 settembre 2014

Se strappi il cuore a uno scozzese, di Paola Peduzzi

La Scozia si sente come una moglie menata, con il marito che nega tutto. Il fronte del “no” non l’ha capito, e s’è messo gli abiti del ragioniere. Ora corre ai ripari, sperando che alla fine, il 18 settembre, prevalga la ragione


Foto Ap
Cuore e ragione litigano, in Scozia, il cuore porta verso l’orgoglio e l’indipendenza, la ragione impone cautela e compromesso: c’è da stare attenti, quando ci si separa, si sogna tanto la solitudine e poi non si sa stare da soli un minuto. Il referendum che si terrà il 18 settembre in tutta la Scozia è una battaglia tra il cuore e la ragione, un “wrestling”, come tuitta Rupert Murdoch, fornendo in pochi caratteri la sintesi dello show che si concluderà nelle urne: cuore e ragione dovranno infine andare nella stessa direzione. Che per Murdoch è verso il “sì”, se è vero come sostengono molti (al Foglio lo dice anche Andrew Sparrow, cronista politico del Guardian spostato al volo da Westminster a Edimburgo visto lo stato d’emergenza) che il Sun edizione scozzese, tabloid numero uno, sta per fare l’endorsement per l’indipendenza – e in questi giorni se la ride, sguaiato, vedendo il via vai dei politici londinesi per le piazze scozzesi finora disertate: che cosa credete, chiedono i commentatori beffardi, di essere capaci di spostare qualche voto? Il Sun sì che li sposta, lo sanno tutti. Ma anche dentro al quotidiano popolare cuore e mente litigano – a Murdoch non piace sbagliare: se si schiera è per vincere – perché, diciamolo, l’indipendenza con il portafoglio vuoto non la vuole nessuno. E il punto, alla fine, è tutto qui: conviene staccarsi dal resto del Regno?

Per rispondere, però, per iniziare a ragionare di convenienza economica, numeri alla mano e ricavi da petrolio e forecast sul medio-lungo periodo, bisogna prima passare sul cuore degli scozzesi che è forte, coraggioso, sfrontato, pazzo e soprattutto si sente vittima di un’ingiustizia. Un’ingiustizia storica, che risale a secoli fa, ma che è stata tramandata di generazione in generazione, come ha raccontato lo scozzese AA Gill sul Sunday Times, in un articolo meraviglioso che da solo spiega quasi tutto quel che c’è da capire: “Gli inglesi alzano gli occhi al cielo quando si parla del passato e dicono agli scozzesi: ‘Su forza, fatevene una ragione, passate oltre. Basta con questo vittimismo’, che è quel che i mariti che picchiano le mogli dicono alle loro vittime”. Mogli menate, si sentono gli scozzesi, e i lividi non passano mai, fanno male ogni volta che diventa chiaro che l’unione non ha portato a un matrimonio paritario, né socialmente né economicamente. Così ogni motivo è buono per una ripicca contro gli inglesi, ed è per questo che, da quando è iniziata la campagna per il referendum, il fronte del “no” ha scoperto di avere un grande problema: nessuno può andare in Scozia a parlare dell’unione se proviene dall’unione. Chi ci prova fa l’effetto, come dicono gli scozzesi, di “uno che ti piscia nella zuppa”.

Li avete visti i politici londinesi accorsi al nord questa settimana dopo che il Sunday Times ha pubblicato il primo (e unico) sondaggio che dava il fronte del “sì” in vantaggio? David Cameron, premier conservatore, è riuscito a dire: votate per quel che è giusto per voi, non per dare un calcio agli “effing Tory”, dove effen è un modo più elegante per dire “fucking”, e il significato non cambia. Ha semi-insultato il suo partito, geniale, in una terra in cui i Tory non esistono da tempo, hanno un unico parlamentare. E’ uno dei lati oscuri dell’eredità thatcheriana: basta nominare i conservatori al di sopra del fiume Tweed ed è subito chiaro che non sono più un partito nazionale. Ed Miliband, leader del Labour, nel tour emergenziale che è stato seguito dall’arrivo del “Save the Union Express”, il treno dei laburisti per il “no” (“arrivano gli imperialisti!”, dicono i sostenitori del “sì”), ha fatto un appello con “mente, cuore e anima”, cercando di iniettare un po’ di passione laddove finora la campagna “Better Together” è stata tutta numeri e niente empatia: ma mente, cuore e anima si potranno (forse) muovere insieme per un laburista londinese, non certo per uno scozzese, che è, per sua natura, diviso. Nick Clegg, leader dei Lib-Dem e vicepremier, si è appiattito sulla linea Gordon Brown, ex premier laburista di scarso successo tramutatosi in salvatore della patria: avrete più indipendenza se non votate “yes”, la devolution sarà molto più ampia di come è oggi, sarà cioè un’indipendenza di fatto, senza che la Scozia diventi una nazione.

E’ l’argomentazione più saggia fornita agli elettori indecisi, che sono ancora tanti, ma arriva dopo mesi in cui la strategia londinese è stata ispirata alla minaccia e a quello che gli esponenti dello Scottish National Party (Snp, e che nessuno si sbagli con quella “n”: non sta per “nationalism”) chiamano “bullismo”. Vi togliamo la sterlina, vi togliamo la partnership con l’Europa – che in Scozia, a differenza di quanto accade in buona parte del Regno, non è vista così male: sono arrivati tanti fondi da Bruxelles, e sono stati utili, perché con la gestione dei soldi i leader scozzesi non sono credibili, basta dare un occhio al nuovo palazzo del Parlamento, un orrore costato una fortuna – vi togliamo il Sistema sanitario, vi togliamo persino la Bbc, resterete soli e isolati, lassù, a pigliarvi il vostro insopportabile vento in faccia. Non appena la paura di una secessione reale è diventata concreta – sempre per via di quell’unico sondaggio, e se si sta alle rilevazioni, il trend è già tornato dove era sempre stato: verso gli unionisti, ma “too close to call” – i mercati sono crollati, Cameron ha chiamato i businessman più importanti del paese per convincerli a fare di tutto per evitare la vittoria del “sì”, mentre stando alle dichiarazioni di “Better Together”, cinque banche – Tesco Bank, Tsb, Lloyds, Rbs e Clydesdale Bank – hanno già deciso di spostare la loro sede a Londra se al referendum gli indipendentisti dovessero avere la meglio. Il messaggio arrivato da parte degli unionisti è stato: siete troppo deboli, troppo poveri, troppo insignificanti per stare da soli. Ed è evidente che così Alex Salmond, che alla pratica dell’indipendenza ha dedicato la sua carriera e che è dotato di un carisma e di un’ironia che i suoi colleghi londinesi si sognano, ha avuto gioco facile nel parlare al cuore degli scozzesi, da moglie menata: ci meritiamo di più, e anche se sarà doloroso, meglio soli che con un marito così.

Il bullismo del governo centrale è dettato dal fatto che il voto del 18 settembre non impatterà soltanto sui cinque milioni di scozzesi che possono dare il loro voto (il 97 per cento degli aventi diritto si è registrato per andare alle urne) ma anche sugli altri 58 milioni di cittadini del Regno (compresi gli scozzesi che vivono fuori dalla Scozia che non hanno diritto di voto): la Gran Bretagna perderebbe molta della sua influenza a livello internazionale, molto del suo prestigio, potrebbe diventare più fragile, appunto, più insignificante, per non parlare delle conseguenze tecniche sulla sterlina, sulla finanza, sui meccanismi politici (nel paese e nelle sedi esterne, prima fra tutte quella a Bruxelles), sulla bandiera stessa, che dovrebbe capire come trasformarsi una volta rimasta senza il suo blu, e sui sottomarini nucleari che di base stanno nel mare scozzese.

A questo punto, propongono gli inglesi, compreso l’Economist in edicola da ieri, dovremmo votare tutti, perché il nostro destino è comune, e non possono determinarlo soltanto quelli del nord, che rappresentano il 7 per cento della popolazione nazionale. Che paradosso: l’origine del “Better Together” è proprio questa, il destino comune, insieme siamo più forti, siamo quello “splendid mess of a union”, il casino splendido dell’unione, che ha magistralmente tratteggiato lo storico inglese Simon Schama in un articolo sul Financial Times. Eppure, al posto di valorizzare i benefici dell’unione, ricordando tutto quel che è stato fatto insieme, gli Adam Smith e i David Hume che andavano al Select Club di Edimburgo e rivoluzionavano l’economia e la filosofia scendendo a sud, il fronte del “no” ha scelto di buttarsi esclusivamente sui calcoli: quanto perdi di pensione se vince l’indipendenza e che cure dovrai pagarti con i tuoi soldi (pochi) se sei tanto scriteriato da schierarti con Salmond.

Ci stanno pensando adesso, gli unionisti, al cuore. Lo Spectator, magazine conservatore che sostiene che la vittoria del “sì” sia la fine della carriera politica di Cameron, è in edicola con una copertina blu e la preghiera: “Scotland, please stay” e raccoglie i contributi dei lettori che spiegano perché l’unione non si deve spezzare. Lo Statesman, magazine di sinistra, pubblica un lungo articolo di Tom Holland che spiega, dalla Magna Charta in poi, come inglesi e scozzesi si siano spesso specchiati gli uni negli altri, con rabbia, ma anche trovando ispirazioni. Proprio quando stava per scadere il tempo, il fronte del “no” ha scoperto la nostalgia, quello strazio che è alla base dei tanti e bei pianti funebri che escono dalle cornamuse. Non si possono condividere il sangue e la fierezza e la storia (l’ingiustizia storica ancora meno), ma la sofferenza per paura dell’addio, quella sì. Stando sempre all’erta, perché al fondo resta che la Scozia si sente un posto a sé, e che forse vincerà la ragione, nelle urne, i calcoli della spesa e la convenienza, ma la divisione non sarà colmata. Non è nella storia degli scozzesi, non è nella loro natura. Provate a rileggere in questi giorni “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, quando dice: “Per quanto io fossi preso da un profondo dualismo, le due nature in me coesistevano in perfetta buona fede, ed ero ugualmente me stesso sia quando, sciolto ogni freno, ero immerso nella vergogna, sia quando mi affaticavo a lavorare per il progresso della scienza o per dare sollievo al dolore e alla sofferenza”. Non è un caso che sia stato scritto a Edimburgo.

venerdì 29 agosto 2014

Canzone della triste rinuncia‏, di F. Guccini


Le luci dentro al buio sono andate via

e l'allegria comprata è già sparita.

Il giorno dopo è sempre la malinconia

che spezza la magia di un'altra vita.

La forza che ti lega è grande più di te

l'anello al collo si stringe sempre più

non dare più la colpa al mondo o a lei

per la rinuncia triste a quello che non sei.

Lo sai cosa vuol dire stare giorni interi

a buttar via nel niente solo il niente?

Fai mille cose ma sono sempre i tuoi pensieri

che scelgono per te diversamente.

Son stanco d'aver detto le cose che dirò

di aver già fatto le cose che farò

ma è tardi, troppo tardi per piangere ormai

sulla rinuncia triste a quello che non fai.

Credevo l'incertezza, possibilità

e il dubbio assiduo l'unica ragione

ma quali scelte hai fatto in piena libertà?

Ti muovi sempre dentro a una prigione.

Non è la luce o il buio né l'ero ed il sarò

non è il coraggio che ti fa dir "Vivrò"

è solo un'altra scusa che usare vuoi

per la rinuncia triste a quello che non puoi.

Non voglio prender niente se non so di dare

Io e chissà chi decidono ciò che posso.

Non ho la voglia o la forza per poter cambiare

me stesso e il mondo che mi vive addosso.

E forse sto morendo e non lo so capire

o l'ho capito e non lo voglio dire

rimangono le cose senza falso o vero

e la rinuncia triste a quello che io ero.


http://www.testitradotti.it/canzoni/francesco-guccini/canzone-della-triste-rinuncia

giovedì 28 agosto 2014

Sgozzati dal multiculturalismo, di Giulio Meotti

Parla Scruton: “I terroristi islamici vengono dal nostro vuoto che fa sbadigliare”. Lo Stato islamico ha scelto un inglese per l’esecuzione di Foley per “testimoniare l’assoluto rigetto dell’identità occidentale”

“L’assassino di James Foley è il prodotto del multiculturalismo inglese”. Era coperto il volto del decapitatore dello Stato islamico di Iraq e Siria che ha tagliato la testa al reporter americano. I servizi britannici ritengono che sia un rapper inglese, “John il jihadista”, come era stato inizialmente identificato il terrorista islamico. Si tratterebbe di Abdel Majed Abdel Bary, un membro del gruppo britannico conosciuto come “The Beatles” che ha lasciato la casa di famiglia in un elegante quartiere della capitale inglese un anno fa per combattere al fianco dei jihadisti.

Secondo il filosofo e commentatore Roger Scruton, fra le voci più note e ascoltate d’Inghilterra, dietro a quella lama c’è “una politica che ha portato alla frammentazione sociale. E’ questo il multiculturalismo. L’islam non accetta il dominio laico della legge e per questo germoglia nell’Europa ultra secolarista. I killer di Iraq e Siria sono musulmani che credono che Dio li abbia autorizzati a uccidere e la loro religione non dà a nessuno l’autorità di fermarli. Tutto quello che il multiculturalismo ha ottenuto è distruggere una cultura pubblica condivisa, e al suo posto ci ha messo un vuoto che fa sbadigliare. Il più grande bisogno umano non è la libertà, come pensano i liberal, ma l’obbedienza, come hanno capito i musulmani. Giovani delle minoranze islamiche, come quelli che nell’estate del 2005 uccisero cinquanta persone innocenti a Londra, sono i prodotti della follia multiculturale. E’ come se il Vecchio continente non avesse nulla da offrire loro”. Mesi fa venne fatto circolare dallo Stato islamico un video della propaganda dalla Siria: “Non mi sono mai sentito tanto musulmano quanto adesso”, ripete un cittadino belga nel filmato.

D’accordo con Roger Scruton l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, il quale ieri ha denunciato “un multiculturalismo che ci ha portato soltanto sharia, delitti d’onore e mutilazioni”. Sarebbero inglesi cinquecento degli oltre duemila musulmani con passaporto europeo andati a fare il jihad in Siria e Iraq. Secondo Charlie Cooper, un ricercatore della Quilliam Foundation, lo Stato islamico ha scelto un inglese per l’esecuzione di Foley per testimoniare al mondo “il completo rifiuto della nazionalità britannica”. Come se la decapitazione fosse la celebrazione di uno scisma. I terroristi inglesi sono “i più efferati” in Siria e Iraq, secondo Shiraz Maher, analista del King’s College di Londra. E per rimarcare il fenomeno, il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond ha detto che questi sudditi di Sua Maestà sono anche coloro che “commissionano le atrocità”. Altro che manovalanza europea. Sono europee le menti dei bagni di sangue di cristiani, yazidi, sciiti e cittadini americani.

“Esportavamo libertà, oggi terroristi”

Abdul Waheed Majeed, un padre di tre bambini di Crawley, nel Sussex, si è appena fatto esplodere ad Aleppo. Uno dei tanti inglesi morti sul suolo siriano e iracheno negli ultimi mesi. Ieri il quotidiano Daily Mail pubblicava le fotografie di una comitiva di musulmani inglesi all’aeroporto di Gatwick. Sorridono e hanno un biglietto di sola andata per Antalya, Turchia, una delle porte d’accesso per la guerra santa. Vengono tutti dalla cittadina inglese di Portsmouth. Trenta inglesi ogni mese lasciano Londra per il “Jihad Express”. La loro vita media sui campi di battaglia è di tre giorni. Un paradosso ben sintetizzato da Douglas Murray sullo Spectator: “Il paese che ha esportato la libertà in tutto il mondo adesso esporta terrorismo”. Un nichilismo che ha il volto di un teenager islamico con passaporto francese, la maglietta di Dolce & Gabbana, il Corano e un fucile nell’altra mano. Europei che dicono di andare a “espiare i peccati”. La morte è la loro ricompensa. I peccati sono quelli dell’Europa. La voce che li ha declamati a James Foley, nella sabbia di Raqqa, aveva un accento da “multicultural London English”.

mercoledì 27 agosto 2014

Tutto il male della beneficenza è spiegato dal Vangelo (Matteo 19,19), di Camillo Langone

Non era mia intenzione parlare di secchiate, sono un uomo elegante. Sempre mi ha ripugnato il gavettone, in ogni sua forma: scherzo da caserma o da ferragosto, comunque scherzo da villani e da maschi privi di accesso alla bellezza. Il gavettone mediatico poi. Il gavettone solidale è ancora più schifoso perché maschera la violenza (il gavettone è violento anche se autoinflitto) con la bontà, strumentalizzata, umiliata e distrutta pur di giustificare uno spettacolino osceno. Ma non era mia intenzione parlare di secchiate, dicevo. Piuttosto vorrei parlare di beneficenza. Vaffanculo la beneficenza. La beneficenza come presentemente la si pratica è innanzitutto un ladrocinio, e lo ha spiegato l’economista Walter Block: “Beneficenza è per definizione una vocazione spontanea. Se un individuo viene costretto a donare non è uno che fa beneficenza ma è la vittima di un furto”. Siamo continuamente ricattati. Se non fai beneficenza agli invasori africani pagando le tasse (ogni invasore accolto in Sicilia costa al contribuente 2.400 euri al mese secondo alcuni calcoli, un po’ meno secondo altri, comunque tanti) ecco che arriva lo stato e ti sequestra casa, macchina, conto corrente. Se non versi l’obolo alla zingara incinta fuori dalla chiesa o dentro il treno ecco che sei cattivo. Se non compri la rosa zozza dall’asiatico che ti disturba mentre ceni al ristorante con l’amata ecco che sei spilorcio e antiromantico.
 Mi allontanano dalla beneficenza indiscriminata la mia sensibilità, in cui credo molto, e l’unico maestro, in cui credo di più: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Da questa esortazione evangelica ne ricavo che Dio mi chiede in primo luogo di amare me stesso. Basta questo, secondo me, per escludere la possibilità di rovesciarsi o farsi rovesciare in testa acqua gelata, o detriti come a Gaza, o qualsiasi altra cosa che non siano petali di fiori. Dignità, questa sconosciuta… In secondo luogo Dio mi chiede di amare il mio prossimo. E quindi non il lontano: il vicino. Non l’umanità: i famigliari, gli amici, forse i condomini, al limite i concittadini. Ed è già difficilissimo. Se fatichiamo a sopportare i nostri famigliari, i nostri amici, i nostri condomini, i nostri concittadini, come possiamo anche solo immaginare di amare tutte le genti? La mia interpretazione di Matteo 19,19 non è soltanto mia, è del monaco benedettino Elmar Salmann, dell’ebreo convertito al cattolicesimo Ivan Illich, del biblista Sergio Quinzio: “Non solo per l’Antico Testamento ma anche per Gesù il precetto di amare il prossimo vale solo in riferimento a coloro che sono prossimi nella stessa comunione, stesso popolo, stessa fede. Nei Vangeli non si parla certo di un amore universale esteso a tutti gli uomini”. Non se ne parla proprio di amore universale e lo affermano studiosi che a differenza di me conoscono greco ed ebraico, magari pure l’aramaico, e che alla Sacra Scrittura hanno dedicato la vita. E allora perché la gente immagina che sia così? Perché la beneficenza agli sconosciuti risparmia di guardare in faccia il bisogno dei conosciuti, chiaro. Le astrazioni sono sempre più comode della realtà. Ecco quindi fiorire elargizioni sostitutive della vera carità: fai una donazione a Gino Strada e lasci che la nonna finisca in ospizio, fai una donazione a Medici senza frontiere e dimentichi di andare a trovare tuo padre in ospedale, fai una donazione alla Lav e ti volti dall’altra parte se un’amica abortisce. Quando la beneficenza si misura a secchi, le opere di bene si misurano col contagocce.

venerdì 18 luglio 2014

Una vera amica di Israele, nonostante tutto

FRA I MESSAGGI DI CORDOGLIO PER LA SCOMPARSA DI MARGARETH THATCHER, ANCHE QUELLO DEL PRIMO MINISTRO ISRAELIANO BENJAMIN NETANYAHU CHE L'HA RICORDATA COME "UNA VERA AMICA DEL POPOLO EBRAICO E DI ISRAELE"


Da ieri pomeriggio, quando la notizia della scomparsa è stata diffusa dai figli Carol e Mark, ovunque sul web sono ricorse immagini, articoli, dichiarazioni sulla Lady di Ferro. Ad 87 anni, malata da tempo, Margareth Thatcher è stata protagonista indiscussa e controversa della politica britannica ed occidentale per tutti gli anni ’80.
Della sua lunga e dibattuta carriera politica – cominciata negli anni ’50  e culminata con la carica di primo ministro dal 1979 al 1990 – vale la pena ricordare però forse un  aspetto poco noto, poco trattato come i suoi legami con lo Stato di Israele.
Le cronache del tempo, le analisi storiche ora ci ricordano, infatti, innanzitutto la fermezza, talvolta la durezza di Margareth Thatcher sulle questioni del conflitto mediorientale, la sua ostilità manifesta nei confronti delle politiche di Menachen Begin e Itzak Shamir.
Eppure ieri, poco dopo la notizia della scomparsa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha esitato a definirla “una vera amica del popolo ebraico e di Israele”.
Nel dicembre dell’1981, nel corso di un discorso dinanzi alla commissione di deputati di ebrei britannici, Margareth Thatcher condannò con forza la decisione di Israele di annettere il Golan, e per Begin ebbe parole assai poco lusinghiere – lo definì “uno che potrebbe uccidere l’intero processo (di pace)”. Più tardi, sempre di Begin, disse che fu l’uomo “più difficile” che incontrò nei sui primi anni da primo ministro.
L’incapacità di trovare una soluzione al conflitto arabo-israeliano le faceva temere per Israele come per gli interessi occidentali. Era convinta che i sovietici sfruttassero il loro sostegno ai palestinesi per rafforzare la propria area di influenza nel mondo arabo ai danni dell’occidente.  Anche per questo fu una ferma fautrice della soluzione diplomatica, per la quale contava su Shimon Peres e il re di Giordania Hussein. Come Peres, peraltro, era convinta che il conflitto israelo-palestinese si sarebbe risolto nell’ambito di una federazione con la Giordania, più che attraverso la nascita di uno Stato palestinese indipendente. Lo scoppio della prima intifada nel dicembre dell’87, la rottura di Hussein con i palestinesi della Cisgiordania e la strada aperta che allora l’Olp si trovò di fronte – con le conseguenze che tutti conosciamo sui negoziati di pace – ci mostrano a distanza di quasi 25 anni, che, forse, proprio quella sarebbe stata la strada da intraprendere.  
Ma al di là della politica, i discorsi, le memorie di Margareth Thatcher rivelano oggi più che mai un sentimento di reale ammirazione e amicizia nei confronti di Israele – al punto che critiche e posizioni anche dure, appaiono quasi come una logica conseguenza.
Margareth Thatcher ha sempre visto Israele come una democrazia occidentale, circondata da autocrazie.  “La costruzione politica ed economica di Israele, contro ogni probabilità e acerrimi nemici – ha ricordato – è stata una delle saghe eroiche del nostro tempo. Hanno davvero fatto fiorire il deserto”.
La Thatcher visitò Israele nel 1965, nel 1976 e poi ancora nel maggio del 1986 in veste ufficiale di primo ministro – la prima per un premier britannico, come ricorda, fra gli altri, un bell’articolo uscito su Haaretz.
In quell’occasione, durante la cena offerta da Shimon Peres, Margareth Thatcher espresse parole che tutt’oggi meritano di essere ricordate – non foss’altro perché al fondo, richiamano il discorso che poche settimane fa il presidente americano Barack Obama ha tenuto di fronte ai giovani dell’università di Gerusalemme: “Per i suoi elevati standards il mondo si attende da Israele più di quel che si attende dagli altri paesi; ed è per questo che quando parla di salvaguardia e tutela dei diritti degli arabi nei Territori, guarda ad Israele. Perchè ciò è in accordo con i principi che Israele rispetta e chiede vengano rispettati ovunque. Un futuro in cui due classi di persone coesistono con diritti e standard di vita diversi, non è un futuro che Israele può accettare né un futuro che la reputazione di Israele può permettersi di accettare”.

domenica 13 luglio 2014

Has austerity gone too far?, by Giancarlo Corsetti

Is austerity self-defeating? Is it keeping Europeans underemployed for years and destroying the very growth needed to pay off the debt? Or is it steering nations clear of Greek-like tragedies? So starts a new debate on Vox on austerity, introduced in this column.
Fiscal tightening is the watchword all across Europe. The measures adopted so far have not yet proved to be a cure-all for financial market concerns about debt sustainability. They have, however, coincided with renewed economic slowdown or even contraction. This brings into question the desirability of fiscal austerity.1

Two examples: Italy and Britain

How much of Italy’s slowdown is due to austerity and how much is due to the near debt-meltdown last summer? There is little doubt that the credit crunch that followed the sudden loss of credibility of Italian fiscal policy (whether or not justified by fundamentals) has a lot to do with the severe slowdown that this country is experiencing. The current fiscal tightening is arguably contractionary, but the alternative of not reacting to the credibility loss would have produced much worse consequences.
Things are more complex for the UK; it hasn’t lost credibility and it borrows at low interest rates. Does this mean UK policymakers are shooting themselves in the foot? Are they keeping the economy underemployed for years and thus destroying potential output with their austerity drive? Or, are they wisely forestalling a bond market rebellion like those seen on the continent that would prove much costlier?
Unfortunately we cannot know the answers definitively. Ten years from now some observers will deride the belief that the ‘confidence fairy’ would be summoned by belt-tightening; others will declare that their conservative fiscal attitude saved the countries from Greece’s fate. With only one economic path visible to historians and firm evidence in scant supply, we may never know.

A new Vox debate

The solution is a vigorous debate – which this column hopes to contribute to by launching a new Vox debate on the issue of austerity. There is a lot at stake in addressing the austerity question in the right way; which of the competing views is right matters greatly for policymaking and economic and social outcomes.
The terms of the debate are clear.
  • The debate is not about the desirability of restoring safer fiscal positions after the large increase in gross and net public debt in the last few years.
This can be safely taken for granted.
  • The question is whether governments should relent in their efforts to reduce deficits now, when the global economy is still weak, and policy credibility is far from granted.
  • Under what circumstances would be wise to do so?
Budget policy vastly differs across countries.
  • By and large, countries fall into three categories. At one extreme we have countries already facing a high and volatile risk premium in financial markets. At the other extreme we have countries with strong fiscal shoulders, actually enjoying a negative risk premium. A third category includes countries not facing a confidence crisis, yet with inherent vulnerabilities – a relatively high public debt, a fragile financial sector, and high unemployment.
  • The question of how to ensure debt sustainability is vastly different across these.
Moreover:
  • Not only specific conditions at country-level, but also policies at regional and global level may cause a given fiscal measure in a country to have vastly different effects.
  • International considerations will complicate the analysis; a policy which may be perfectly viable and desirable for a country conditional on an international context, may not work in another, say, depending on the degree of international cooperation, especially in providing liquidity assistance and ‘firewalls’ against contagion.

Issues in front-loading austerity measures

Since 2008, the fiscal policy debate has gone through several phases.
  • The first phase was dominated by a call for fiscal stimulus to avoid another Great Depression.
Thinking about deficit corrections in the future was seen as irrelevant, when not counterproductive, as it was feared that prospective consolidation plans would create additional uncertainty about the terms of the recovery.
  • The second phase, from 2010 onward, saw the focus shift to fiscal consolidation as high public debt started to loom large.
This policy shift occurred despite a global economy that was not yet on a firm recovery path and monetary policy at or near the zero lower bound in many countries.
  • The third phase may have begun; with weak growth, calls for austerity appear to have fallen out of fashion again.
The ranks of commentators who view austerity as potentially self-defeating have swollen (Cafiso and Cellini 2012Cottarelli 2012Gros 2011, Krugman 2012). These authors argue that the weak output growth caused by fiscal austerity may itself fuel market doubts about government solvency. Higher funding costs, combined with lower activity, might thus worsen the fiscal position, defeating the very purpose of the initial tightening measures. As observed by Olivier Blanchard, the “damned if you do it, damned if you don’t” attitude on fiscal austerity by financial markets may appear quite schizophrenic (Blanchard 2011).

New thinking: Self-defeating tightening in a liquidity trap

Recent contributions on the mechanism through which fiscal contraction in a liquidity trap is counterproductive provide an important change in perspective, relative to the initial debate.
A key point here is the recognition that much of the advanced world is currently in an unemployment and underemployment crisis. Destruction of jobs and firms today may be expected to have persistent effects on potential output in the future. These effects in turn translate into a fall in permanent income, and hence demand, today (see DeLong and Summers 2012 and Rendahl 2012).
In a liquidity trap, this creates a vicious self-reinforcing circle. Today’s unemployment creates expectations of low prospective employment, which in turn causes an endogenous drop in demand, reducing activity and raising unemployment even further. This vicious cycle may have little to do with price stickiness and expectations of deflation at the zero lower bound, an alternative mechanism early on stressed by Eggertsson and Woodford (2003) and more recently by Christiano et al (2011). Independent of deflation, the vicious cycle can be set in motion by expectations of lower income when shocks create persistent high underemployment. Theory suggests that this effect can be sizeable. The question is its empirical relevance.
The empirical evidence indeed weighs towards large multipliers at times of recession (Auerbach and Gorodnichenko 2010) or at times of crisis (Corsetti et al 2012), as opposed to very small multipliers when the economy operates close to potential and monetary policy is ‘unconstrained.’ In light of these results, it can be safely anticipated that the current fiscal contractions will exert a pronounced negative effect on output.
This is why, with a constrained monetary policy, there is little doubt that governments with a full and solid credibility capital should abstain from immediate fiscal tightening, while committing to future deficit reduction (the virtues of this policy are discussed by Corsetti et al 2010 and Werning 2012).
The problem is that, in the current context, promising future austerity alone may not be seen as sufficiently effective. Keeping market confident in the solvency of the country has indeed provided the main motivation for governments to respond to nervous financial markets with upfront tightening.

Credibility, sovereign risk, and macroeconomic instability

In a recent paper (Corsetti et al 2012), my co-authors and I highlight issues in stabilisation policy when the government is charged a sovereign-risk premium. The root of the problem is the empirical observation that sovereign risk adversely affects borrowing conditions in the broader economy. The correlation between public and private borrowing costs actually tends to become stronger during crises. Perhaps in a crisis period high correlation is simply the by-product of common recessionary shocks, affecting simultaneously but independently the balance sheets of the government and private firms. Most likely, however, it results from two-way causation.
In the current circumstances, there are good reasons to view causality as mostly flowing from public to private. First, in a fiscal crisis associated with large fluctuation in sovereign risk, financial intermediaries that suffer losses on their holdings of government bonds may slow down lending. Second, both financial and non-financial firms face higher risk of loss of outputs and profits due to tax hikes, increase in tariffs, disruptive strikes, and social unrest, not to mention lower domestic demand.
There are at least two implications of this ‘sovereign-risk channel of transmission’, linking public to private borrowing costs, for macroeconomic stability.
  • First, if sovereign risk is already high, fiscal multipliers may be expected to be lower than in normal times.
The presence of a sovereign-risk channel changes the transmission of fiscal policy, particularly so when monetary policy is constrained (because, for example, policy rates are at the zero lower bound, or because the economy operates under fixed exchange rates). When sovereign risk is high, the negative effect on demand of a given contraction in government spending is offset to some extent by its positive impact on the sovereign-risk premium.
Some exercises we carry out suggest that, typically, consolidations will be contractionary in the short run. Only under extreme conditions does the model predict either negative multipliers (in line with the view of ‘expansionary fiscal austerity’) or counterproductive consolidations (in line with the view of ‘self-defeating austerity’). To the extent that budget cuts help reducing the risk premium, there is some loss in output, but not too large.
  • Second, due to the sovereign-risk channel, highly indebted economies become vulnerable to self-fulfilling economic fluctuations.
In particular, an anticipated fall in output generates expectations of a deteriorating fiscal budget, causing markets to charge a higher risk premium on government debt. Through the sovereign-risk channel, this tends to raise private borrowing costs, depressing output and thus validating the initial pessimistic expectation.
Under such conditions, conventional wisdom about policymaking may not apply. In particular, systematic anticyclical public spending is arguably desirable when policy credibility is not an issue. In the presence of a volatile market for government bonds, however, anticipation of anticyclical fiscal policy may not be helpful in ensuring macroeconomic stability. A prospective increase in spending in a recession may feed confidence crises by amplifying the anticipated deterioration of the budget associated with output contractions.

Thorny issues for highly indebted countries

This possibility poses a dilemma for highly indebted countries. In light of the above considerations, countries with a large amount of debt may be well advised to tighten fiscal policies early, even if the beneficial effect of such action – prevention of a damaging crisis of confidence – will naturally be unobservable. From a probabilistic perspective, even a relatively unlikely negative outcome may be worth buying insurance against if its consequences are sufficiently momentous. In the current crisis, unfortunately, we know that such insurance does not come cheap.

Beyond austerity

The near-term costs of austerity mean we should keep thinking about alternatives, such as making commitments to future tightening more credible (eg entitlement-programme reforms).
However, the presence of a sovereign-risk channel also provides a strong argument for focusing on ways to limit the transmission of sovereign risk into private-sector borrowing conditions.
  • Strongly capitalised banks are a key element here.
The ongoing efforts, coordinated by the European Banking Authority, to create extra capital buffers in European banks correspond to this logic.
  • Another element is the attempt by monetary policymakers to offset high private borrowing costs (or a possible credit crunch) when sovereign-risk premium is high.
Normally, the scope to do this is exhausted when the policy rate hits the lower bound. Recent unconventional steps by the ECB, however, suggest that more is possible. The extension of three-year loans to banks, in particular, appears to have reduced funding strains, with positive knock-on effects for government bond markets.
  • These arguments are especially strong for either countries already facing high interest rates in the market for their debt, or countries reasonably vulnerable to confidence crises.2 These countries would be ill advised to relax their fiscal stance.
  • The arguments apply less to governments facing low interest rates.
The main issue is where to draw the line. Under what circumstances is it safe to postpone implementation of fiscal corrections?

Conclusion

There is an increasing tide in favour of reconsidering fiscal austerity programmes, in recognition of the persistent effects of underemployment of labour and capital on potential output. At the same time, however, it should be recognised that weak growth in countries facing precarious fiscal positions is not sufficient evidence against fiscal austerity. Where sovereign risk is high, fiscal tightening remains an important avenue to bring down deficits at a limited cost to economic activity, as risk premiums recede over time. In addition, fiscal austerity may well have important unobserved benefits, by preventing greater macroeconomic instability which tends to arise in the presence of high sovereign risk.
In light of these considerations, it is perhaps useful to move beyond the headlines of ‘expansionary contractions’ and ‘self-defeating fiscal austerity’. As a matter of fact, most governments face specific questions on how to reform their spending and taxation, rather than a general question of ‘how much’. Not only the intensity, but also and especially the content of upfront budget cuts currently contemplated in countries may be expected to have a first-order impact on the current recession.
Moreover, budget considerations are sensible insofar as in addition policymakers actively explore other ways to contain sovereign-risk premiums, or at least reduce their impact on broader economic conditions. Indeed, the big burden for the crisis countries in the Eurozone may be uncertainty of the common institutional and policy framework, favouring a solution for the debt overhang problem (a stock, not a flow problem), joint support to stem confidence crises and contain the transmission to the private sector (see Whelan 2012 on the ‘fiscal compact’). Fiscal and monetary interventions are sensible when directly targeted to these. They are counterproductive to the extent that they exacerbate the credibility problem and feed uncertainty. There is vast unexploited room for nonstandard and standard monetary interventions. But again, without a sense of direction, ie without a political and institutional development, the scope for the occasional action by existing institutions appears quite limited.

References

Auerbach, A and Y Gorodnichenko (2010), “Measuring the output responses to fiscal policy”, American Economic Journal, Economic Policy.
Blanchard O (2011), “2011 in review: Four hard truths”, IMF.org.
Cafiso, G and R Cellini (2012), “Fiscal consolidations for debt-to-GDP ratio containment? Maybe … but with much care”, VoxEU.org, 20 March.
Christiano, L, M Eichenbaum, and S Rebelo (2011), “When is the government spending multiplier large?”, Journal of Political Economy, 119(1):78-121.
Cottarelli, Carlo (2012), "Fiscal Adjustment: too much of a good thing?", VoxEU.org, 8 February.
Corsetti, Giancarlo, Keith Kuester, André Meier and Gernot Müller (2010), "Debt consolidation and fiscal stabilization of deep recessions", American Economic Review, 100:41-45, May.
Corsetti, Giancarlo, Keith Kuester, André Meier and Gernot Müller (2012), "Sovereign risk, fiscal policy and macroeconomic stability", IMF Working paper 12/33.
Corsetti, Giancarlo and Gernot Müller (2012), “Has austerity gone too far?”, VoxEU.org, 20 February.
DeLong, B and L Summers (2012), “Fiscal Policy in Depressed Economy”, Brookings, 20 March.
Eggertsson, GB and M Woodford (2003), “The zero interest-rate bound and optimal monetary policy”,Brookings Papers on Economic Activity, 1:139-211.
Eichengreen B and K O Rourke (2012), “A tale of two depressions redux”, VoxEU.org, 6 March.
Gros, D (2011), “Can austerity be self-defeating?”, VoxEU.org, 29 November.
Krugman, Paul (2012), "Blunder of Blunders", New York Times Blog, 22 March.
Rendahl P (2012), “Fiscal Policy in an Unemployment Crisis”, Cambridge University, 2012.
Sutherland, D, P Hoeller, and R Merola (2012), “Fiscal Consolidation: Part 1. How Much is Needed and How to Reduce Debt to a Prudent Level?”, OECD Economics Department Working Paper 932, OECD Publishing.
Werning, Iván (2012), “Managing a Liquidity Trap: Monetary and Fiscal Policy”, MIT mimeo
Whelan, Karl (2012), “Golden rule or golden straightjacket?”, VoxEU.org, 25 February.

1 This column draws on Corsetti and Müller (2012).
2 For example, because of a high stock of public debt, small fiscal shoulders, and financial fragility.