mercoledì 10 dicembre 2014

Presentazione del libro: LEGGE DI STABILITÀ E FINANZA PUBBLICA IN ITALIA


CREI
Centro di Ricerca
sull’
Economia delle Istituzioni


Presentazione del libro


Legge di Stabilità e finanza pubblica in Italia
e
Gian Cesare Romagnoli (Università Roma Tre)

Indirizzo di saluto:

Francesco Guida, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, Università Roma Tre
Edoardo Marcucci, Direttore del CREI, Università Roma Tre


Interventi:

Roberto Convenevole (Agenzia delle Entrate)

Antonella Palumbo (Università Roma Tre)

Mario Tirelli (Università Roma Tre)


Dibattito

Conclusioni


Mercoledì 17 dicembre 2014, ore 14:30

Aula Tesi (II Piano), via G. Chiabrera 199, Roma (RM)

mercoledì 5 novembre 2014

Cari tedeschi, mollate l'euro, di Marco Valerio Lo Prete

L’economista americano Meltzer tifa per il rigore e ci dice che Berlino deve farsi un euro forte per sé e i paesi nordici. Così si torna a crescere (pure in Italia) senza tradire l’idea di Europa. Se ne parla in Germania


“E in questo caso, come la mettiamo con la Francia?”. Così avrebbe risposto il ministro delle Finanze tedesco, Schäuble, al collega di un altro paese del nord Europa che gli parlava del “piano Meltzer”
Roma. Un euro forte per la Germania e gli altri paesi del nord Europa; un euro debole per i paesi mediterranei e periferici. In questo modo alcuni stati non saranno costretti a sobbarcarsi i debiti altrui, mentre gli altri avranno un’ultima occasione di avviare riforme senza invocare a ogni piè sospinto stampelle esterne. “Euro uno” ed “euro due”: una separazione della moneta unica più consensuale che no, con un prezzo da pagare certo, ma comunque un allontanamento più temporaneo che definitivo. “E in questo caso, come la mettiamo con la Francia?”, ha risposto una volta – scherzando, ma anche no – Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, al suo omologo di un paese nordico che gli aveva sottoposto il piano di cui sopra. Un piano che il ministro in questione non aveva inventato da sé, ma letto in un saggio di Allan Meltzer che lo stesso Schäuble aveva compulsato.

Bostoniano classe 1928, a 86 anni Meltzer è conosciuto come l’autore di una monumentale storia della Federal reserve, due volumi, 1.500 pagine in tutto per raccontare la politica monetaria americana fino al 1969. Con tanto di complimenti del Maestro, l’ex governatore Alan Greenspan. Consigliere di Ronald Reagan per due anni, fortemente allergico allo stato, Meltzer è oggi presidente uscente della Mont Pelerin Society, un esclusivo club internazionale di personalità liberali e liberiste già presieduto da Friedrich Von Hayek, Bruno Leoni, Milton Friedman e Kenneth Minogue. Raggiunto dal Foglio, sul siparietto di cui sopra tra i due ministri dell’Eurozona non smentisce nulla, ma si limita a dire: “Non faccio politica, mi capisca. Però so per certo che alcuni ministri europei conoscono bene la mia proposta dei due euro”.

I contenuti prima di tutto, dunque. E’ ancora valida la sua idea, presentata nel settembre 2011 in un intervento sul Wall Street Journal, sotto il titolo “Lasciate l’Europa ai Pigs”, dove per “Pigs” s’intendono i paesi periferici dell’Eurozona (Portogallo, Irlanda o Italia, Grecia e Spagna) ma anche i “maiali”? E se la sentirebbe ancora di “congratularsi” – come fece allora – con Jürgen Stark, a quel tempo capo economista della Banca centrale europea (Bce), e il presidente della Bundesbank, Axel Weber, entrambi dimessisi in malcelato dissenso con le prime scelte espansive della Bce e per “riaffermare i princìpi per cui la Bce era nata”? “Attenersi a dei princìpi è quasi sempre giusto”, risponde secco Meltzer. Intanto però la Federal reserve del suo paese ha appena sancito la fine del Quantitative easing (Qe), o allentamento monetario, uno dei più grandi esperimenti di politica monetaria non convenzionale della storia contemporanea, e la ripresa americana sembra averne beneficiato. “A proposito di princìpi, la Fed non ne ha più. Il Qe2 e il Qe3 sono stati degli errori fondamentali. I problemi degli Stati Uniti non sono monetari, sono reali. Troppe tasse, troppe regolamentazioni, una progressiva criminalizzazione delle corporation. Ecco perché, nel mio paese, gli investimenti latitano”. A suo modo Meltzer fornisce una spiegazione, quantomeno non mainstream, di quella che altri chiamano “stagnazione secolare”, cioè della situazione in cui il cavallo non beve anche se la tinozza d’acqua è stata riempita fino all’orlo (vedi i tassi d’interesse ai minimi storici). “Aggiungo pure che la Fed ha pompato trilioni di dollari nelle banche, eppure sento qualcuno festeggiare per il fatto che non si vede inflazione – dice il professore di Economia politica alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh in Pennsylvania – Io sono convinto però che siamo soltanto a metà della partita, presto banche e istituzioni finanziarie si dovranno liberare di tale liquidità in eccesso nei propri bilanci, superiore ai 2,5 trilioni di dollari, e allora buona fortuna all’America”.

Torniamo a chi, di fortuna, ne avrebbe bisogno qui e ora: l’Eurozona. “Anche per voi, è inutile continuare a chiedere soldi alla Bce guidata da Mario Draghi – dice Meltzer – I vostri problemi sono tutt’altro che monetari. Il punto di fondo è che i prezzi relativi di paesi come l’Italia e la Francia sono oggi troppo superiori rispetto a quelli della Germania e degli altri paesi nordici. Tali prezzi dovrebbero diminuire in Italia e Francia”. Meltzer non crede a un Quantitative easing all’europea o agli Eurobond, innanzitutto perché non li ritiene una scelta saggia. “La Germania da anni tiene una linea che è teoricamente condivisibile. Quel paese negli anni 90 era il malato d’Europa. Poi ha fatto le riforme, soprattutto con il governo del socialdemocratico Gerhard Schröder, e oggi semplicemente chiede a tutti gli altri europei di fare altrettanto. E’ quanto oggi Berlino vi continua a ripetere, o sbaglio?”. Non sbaglia. Il problema, secondo Meltzer, è che la transizione per arrivare a un’Italia o a una Francia debitamente “riformate”, e un po’ più tedeschizzate, necessita di tempo, è inutile negarlo.

“Le regole dell’economia sanno essere dure come pietre – dice lo studioso – E oggi per l’Eurozona esistono soltanto tre scenari possibili. Nel primo scenario, i paesi del nord spendono e investono molto di più, sostenendo così la domanda interna ai loro paesi e spingendo la crescita degli altri. Non mi pare che accadrà mai”, sintetizza brutalmente lo studioso americano. “Nel secondo scenario, i paesi periferici dell’Eurozona attraversano un periodo di deflazione”. Quella del calo dei prezzi in terreno negativo sarebbe tuttavia una fase “lunga e dolorosa”, al punto che si potrebbe arrivare stremati alla meta che consiste nella riconquista di una competitività a livelli tedeschi. “Oppure, ultimo scenario possibile, si svaluta la moneta dei paesi più deboli. Ma dentro la moneta unica, ovviamente, ciò è vietato”.

Allan Meltzer precisa subito in che senso la proposta delle due aree valutarie in Europa si differenzia dall’idea di una fuoriuscita di un solo paese dall’Eurozona. “Per me la sequenza dovrebbe essere questa: l’euro 2 si svaluta rispetto all’euro 1, le esportazioni dei paesi periferici riacquistano temporaneamente competitività rispetto a quelle dei paesi nordici, la crescita finalmente rifiata e allo stesso tempo si portano a termine radicali riforme strutturali. Da queste ultime nei paesi periferici non si può scappare, ma perché voi le facciate sarebbe saggio innanzitutto lasciarvi tornare a crescere un po’”. Italia e Francia, ripete Meltzer, “dovrebbero svalutare, come hanno sempre fatto dal 1945 a oggi – sorride – ma ora dovrebbero farlo assieme, oltre che per una sola e ultima volta. Soltanto così la separazione dei due euro potrà essere temporanea invece che definitiva”. Meltzer dice di non essere “un fan aprioristico della moneta unica”, eppure riconosce che “l’opinione pubblica europea ha dimostrato in tutti questi anni di essere favorevole al progetto del mercato comune e dell’euro. Ecco, questa mia proposta consentirebbe di sbloccare l’impasse attuale, di tornare a una crescita sostenibile per chi vorrà farlo, e quindi di riunirsi tutti assieme in un ‘euro 3’ o come vorrete chiamarlo”.

Per l’Italia, ha sostenuto anche in passato Meltzer, il gioco varrebbe sicuramente la candela: “La crescita italiana è stata bassa per più di un decennio. La competizione asiatica è stata davvero troppo per molti piccoli produttori di scarpe, tessuti e altri prodotti che l’Italia solitamente esportava. Oggi inoltre il paese continua a sprecare le sue potenzialità spendendo soldi pubblici in trasferimenti decisi dalla politica e a basso valore aggiunto. Una svalutazione della moneta consentirebbe al paese di riallineare i suoi costi alle condizioni globali. A quel punto riduzioni di spesa pubblica libererebbero risorse per usi più produttivi”. Segue una chiosa più personale: “Io sono simpatetico con gli italiani, non sono felice per la situazione che state attraversando”.

Ammettiamo pure che da domani noi italiani avremo l’euro 2 in tasca, e ammettiamo che per qualche ragione il cambio di banconote possa spingere l’establishment italiano a capire il significato dell’espressione “spending review” (o revisione della spesa pubblica). Il passaggio comunque non sarà indolore, per noi come per gli altri paesi periferici: “Di svalutazioni ne avete subite in passato. Pure questa non sarebbe gratis, ovvio. Chi detiene titoli di stato italiani potrebbe subire perdite. Le banche che siano minacciate da fughe di capitali saranno colpite. A quel punto dovranno essere lasciate fallire o potranno chiedere soldi in prestito al governo. Ma le banche devono poter fallire, non si può addossare tutto sulle spalle dei cittadini”. Non ci si poteva attendere altro dall’autore del noto aforisma secondo cui “il capitalismo senza il fallimento è come la religione senza il peccato: non funziona” (“Capitalism without failure is like religion without sin: it doesn’t work”). “Ricordiamo sempre quali sono le due alternative: la Germania e i paesi del nord che rilanciano massicciamente la domanda interna o tradiscono il principio del no-bailout con i soldi dei loro contribuenti, e non vedo come possa accadere. Oppure una prolungata deflazione nei paesi periferici”.

La questione francese

Alcuni degli economisti e degli osservatori interpellati dal Foglio a proposito dell’ipotesi dei due euro, perfino quelli che come lei non chiudono del tutto alla fattibilità economica di questo processo, si bloccano però davanti alla domanda che, secondo la nostra ricostruzione, ha fatto lo stesso Schäuble commentando il suo progetto: “Come la mettiamo con la Francia?”. Replica Meltzer: “E’ vero, i francesi hanno un curioso insieme di convinzioni politiche e culturali che forse li spingerebbe a stare alla larga dall’euro 2. I problemi economici però restano: il tasso di disoccupazione francese non è mai sceso sotto il 10 per cento nell’ultimo decennio; i francesi più ‘smart’ vivono tutti all’estero, tra Londra, Bruxelles e altre capitali. Insomma, l’economia di Parigi è sicuramente molto più vicina a quella di Roma che a quella di Berlino”.

Veniamo infine alla Germania. Meltzer ancora oggi difende la linea “ortodossa” di quanti, a partire dalla Bundesbank, si oppongono a ogni possibile innovazione di politica monetaria o fiscale, nella convinzione che “così gli europei vorrebbero continuare a coprire di soldi i loro problemi, insistendo su palliativi di breve termine”. In un’intervista rilasciata al quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, nel maggio 2012, l’economista americano dava ragione al giornalista che gli chiedeva cosa ci fosse di male nel desiderio di Berlino di raggiungere il pareggio di bilancio anche a fronte di una crescita anemica: “Ha ragione – replicò Meltzer – Oggi il rapporto debito pubblico/pil è dell’80 per cento. Se la Germania facesse per esempio quello che il Financial Times le chiede di fare ogni giorno con i suoi editoriali, allora entrerebbe in crisi. Il rapporto debito pubblico/pil raggiungerebbe il 100 per cento. Questo non aiuta né la Germania né l’Europa. Inoltre, se la Germania e la Bce perseguissero politiche che aumentano l’inflazione, dov’è che l’aumento dei prezzi sarebbe maggiormente percepito? Questa inflazione si andrebbe a sommare ai problemi attuali, non li attenuerebbe”. Quel che si fatica a comprendere è perché Berlino dovrebbe accettare una partizione dell’euro che, stando a numerosi indicatori, sicuramente non l’avvantaggerebbe, anzi probabilmente la penalizzerebbe considerato che uno degli obiettivi dell’euro 2 è proprio quello di far riguadagnare rapidamente competitività a dei concorrenti industriali e commerciali. Berlino, nella migliore delle ipotesi, perderebbe peso politico in Europa.

Meltzer individua tre ragioni che potrebbero spingere la Germania a pronunciare un inatteso “Auf Wiedersehen” alla moneta unica. Innanzitutto “la situazione economica tedesca è oggi meno rosea di quanto non possa apparire da altri paesi dell’Eurozona che nemmeno riescono a crescere di un punto percentuale di pil all’anno”. Le stime del pil sono state tagliate dal governo stesso, gli indici di fiducia degli imprenditori calano. Però rimangono costi d’indebitamento mai così bassi, anche grazie all’effetto calamita del Bund nei mari tempestosi della finanza; e un euro relativamente sottovalutato rispetto alla propria potenza esportatrice che è maggiore perfino di quella cinese. “C’è una seconda ragione che consiglia un ripensamento pragmatico, ed è la crescita dei movimenti anti europei. Per ora sono minoritari, ma la loro capacità di cambiare gli equilibri politici già si nota. Anche in Germania, dove il sentimento anti europeo si nutre della sensazione che gli accordi fondativi della moneta unica siano stati violati, aggirando per esempio il divieto di salvataggio di stati e banche con i soldi pubblici, cioè dei contribuenti tedeschi”. Lo studioso americano si riferisce ai voti raccolti da Alternative für Deutschland (Afd), al fatto che questo movimento ha drenato i consensi dei liberali dell’Fdp alle ultime elezioni nazionali ed europee, al punto da costringere i cristiano-democratici di Angela Merkel a formare una “grande coalizione” con i socialdemocratici: “Pure la Cdu, così come la Fdp, dovrà mutare posizione sull’atteggiamento da tenere rispetto alla moneta unica”. E non è un caso, forse, che nelle prossime due settimane Meltzer sarà ospite di alcuni incontri a porte chiuse a Francoforte, poi terrà la prestigiosa lecture annuale del Walter Eucken Institut di Friburgo, infine passerà per Bruxelles per confrontarsi in pubblico con l’economista francese Thomas Piketty (“ma credo che alla fine potrebbe dare forfait. D’altronde le sue tesi sono tra le più deboli e sconclusionate che abbia sentito da tempo in tutto il mondo”, dice l’economista americano). Per questo, prima di lasciare temporaneamente la sua Pittsburgh per l’Europa, aggiunge scherzando: “Se in Germania l’avessero dimenticata, la tesi dei due euro, tornerò a ricordargliela presto”. Con un’ultima e convincente ragione dalla sua: “L’euro com’è oggi non funziona. E se qualcuno sostiene che funziona, almeno dovrà ammettere che funziona male. Concepire un meccanismo che porti a una svalutazione in un blocco di paesi tra loro economicamente più omogenei, potrebbe favorire la crescita e, in definitiva, preservare alla lunga il progetto di una moneta unica”.

sabato 1 novembre 2014

Renzi sta con Leon o con Magazzino?, di Giuseppe Pennisi

Renzi sta con Leon o con Magazzino?























Non ho mai avuto il piacere di viaggiare in un’automobile guidata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Se fossi stato in auto con lui (e non ci fossero state altre persone), il conducente sarebbe stato indubbiamente l’inquilino di Palazzo Chigi. Dato che io non ho, e non ho mai avuto, una patente di guida e non conosco la differenza tra il pedale del freno e quello dell’acceleratore, probabilmente, ad onta dell’impressione che i suoi interventi trasmettono al pubblico, alla guida Matteo Renzi è molto prudente e cauto. Quindi, sa come effettuare una svolta a “U”, anche quando si tratta di una “svolta a U invertita”, come viene chiamata colloquialmente dagli economisti.

Perché me ne occupo? Ho letto un saggio di un giovane professore aggregato della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma III, quella a San Paolo in gran parte nei locali degli ex-magazzini generali. Si chiama Cosimo Magazzino. Si è dato un compito difficile: studiare, non a chiacchiere, ma sulla base di dati quantitativi, il nesso tra le dimensioni della macchina pubblica e la crescita dell’economia italiana dalla nascita del Regno d’Italia alla vigilia della crisi più recente. Il lavoro, “Government Size and Economic Growth in Italy: an Empirical Analysis Based on new Data (1861-2008)”, è apparso sull’ultimo fascicolo dell’International Journal of Empirical Finance (pp. 38-54) e ha suscitato notevole interesse presso la Commissione Europea, la Banca centrale europea, l’OCSE ed il Fondo monetario; ossia coloro che, per dovere più che per diletto studiano le nostre politiche ed i nostri conti.

La conclusione è che in Italia non c’è una relazione lineare tra la dimensione del settore pubblico (misurata in termini di spesa pubblica in percentuale del Pil) e la crescita economica. In generale, negli ultimi vent’anni dell’analisi il nesso è una “curva a U invertita”: ciò vuol dire, in parole povere, che “riduzioni delle spese possono sveltire la dinamica del Pil”. Dallo studio si evince anche che negli anni del Regno Sabaudo, il “pareggio di bilancio” raggiunto per breve periodo ha rallentato l’aumento del prodotto nazionale.

Vale la pena ricordarlo perché il 28 ottobre proprio, all’Università di Roma III, Antonella Palumbo, Marco Causi, Mario Pianta, Paolo Pini e Roberto Romano hanno presentato il libro di Paolo Leon, professore emerito, dal titolo “Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche” (Castelvecchi Editore, 2014″). In linea con un approccio che Leon ha mantenuto con coerenza sin dal suo ‘Structural Change and Growth in Capitalism’ (Johns Hopkins Press, 1967), il libro argomenta non per “meno” ma per più Stato”, in effetti per politiche di programmazione per uscire dalla crisi italiana ed europea. Leon non parla di “svolte a U” e, alla presentazione, non era presente Cosimo Magazzino. In effetti, si è ascoltato un po’ “un coretto a cappella”.

Una proposta: Roma III organizzi un dibattito tra Leon e Magazzino. E Matteo Renzi ci partecipi
.

sabato 18 ottobre 2014

Paolo VI, un umile riformatore, di Andrea Riccardi

Paolo VI, un umile riformatore

Alla vigilia della beatificazione da parte di Papa Francesco, una riflessione sulla figura
di Montini, che cambiò la Curia e affrontò con coraggio la difficile fase postconciliare

Paolo VI è un Papa dimenticato. Non ha schiere di devoti come Roncalli o Wojtyla. Eppure Papa Francesco si appresta a beatificarlo. Per lui è figura chiave della Chiesa contemporanea. Per capire il cattolicesimo del nostro tempo, si dev
ono fare i conti con quel pontificato. Anche l’Italia ha un debito con lui. Montini aveva formato, durante il fascismo, gli universitari della Fuci: da quel vivaio sorse tanta classe dirigente democristiana. Inoltre Montini, da sostituto della Segreteria vaticana e collaboratore di Pio XII, appoggiò Alcide De Gasperi e la nascente Dc, accreditandoli presso il Papa, tanto da essere considerato da alcuni cofondatore del partito. Fu a fianco di De Gasperi nella «storia segreta», cioè i difficili rapporti di un politico laico con Pio XII. Fu vicino a Giorgio La Pira, che rese Firenze luogo di dialogo con l’Est comunista e le religioni, in tempi di guerra fredda e anatema. Montini ebbe un «genio politico» — afferma il filosofo Jean Guitton, suo amico — come costruttore graduale di nuovi processi storici. È stato un accorto e tenace lottatore. Cresciuto nel laboratorio religioso e civile di Brescia d’inizio secolo, esprimeva uno spirito (fedele e aperto) nel confronto con lo spirito «romano» di una Chiesa-baluardo. Per lui bisognava cambiare. 
Con questa prospettiva salì i gradini della carriera ecclesiastica, prudente e convinto, percepito come un estraneo pericoloso dal «partito romano» dominante in Curia. Non così da Pio XII. Tuttavia, nel 1954, i «romani» riuscirono ad allontanarlo, promuovendolo arcivescovo di Milano. Per lui fu un esilio. Pensava che una riforma della Chiesa dovesse venire dal centro, da una Roma rinnovata. Ma Giovanni XXIII lo stupì convocando il Concilio: «Quel sant’uomo non si rende conto che si mette in un vespaio», confidò Montini. Eletto Papa, però, fu l’architetto del Vaticano II e della sua recezione. Nel 1963 — per l’ultima volta — il «partito romano» (con gli spagnoli e altri) provò a bloccarlo, rendendone difficile l’elezione in conclave. Il primo gesto del neoeletto Papa fu pacificatore: si recò al collegio spagnolo per visitare un cardinale iberico ammalato. Volle presto una profonda riforma della Curia, realizzata in due anni dopo la fine del Concilio: una Roma autorevole e rinnovata, collegata alle conferenze episcopali, doveva far crescere il messaggio conciliare tra quello che si chiamava ormai il «popolo di Dio». 

Una Chiesa conciliare in dialogo — parola chiave montiniana — con il mondo... Bisognava rinnovarsi per presentare la fede a un mondo cambiato. Ma il disegno fu travolto dalla corrente tumultuosa e contestataria del Sessantotto. La Chiesa divenne conflittuale, tanto da far temere rotture. Per i progressisti il Papa era un freno. Per i conservatori, il responsabile della crisi: i preti lasciavano il ministero, i seminari e i conventi si svuotavano, l’autorità era contestata, la gente si secolarizzava. Divenne impopolare, considerato amletico. Lo chiamavano «Paolo Mesto». Ne soffriva. Non cercò però rifugio in un autoritarismo nostalgico; tenne ferma la linea conciliare. Sembrava vedere oltre la tempesta che riempì molto del suo pontificato, convinto che c’era una pagina nuova da scrivere nella storia della Chiesa, anche se i frutti non si vedevano ancora. Aprì nuovi scenari: i viaggi intercontinentali, il dialogo con i cristiani e le religioni. Presentò la Chiesa dalla tribuna dell’Onu, non maestra di civiltà, ma esperta di umanità. 

Nel 1970, prima del viaggio in Asia, confidò il senso del suo limite: «Ma ecco — disse — un altro personaggio. Piccolo come una formica, debole, inerme... Egli cerca di farsi largo in mezzo alla marea delle genti, tenta di dire una parola... il Papa osa misurarsi con gli uomini. Davide e Golia? Don Chisciotte...». Un Papa poteva esprimersi così? Montini si sentiva un piccolo uomo moderno nella marea della complessità, ma non rinunciò a scrivere una storia nuova. Un uomo di Chiesa, appassionato al governo come servizio. Un italiano dall’apertura universale, il contrario della caricatura dell’«italiano». Anzi grande espressione di un’umanità italiana novecentesca. Senza grandeur, schivo. Se ne andò in punta di piedi, nel 1978, affranto dall’assassinio di Moro e dall’impotenza di quei giorni. Anche la sua Italia democratica sembrava scossa. L’ultimo gesto fu andare sulla tomba del cardinale Pizzardo, suo oppositore: «Riconciliazione è un valore cristiano anche per un Papa», disse a un giornalista. Poi febbricitante tornò a Castelgandolfo e morì nel riserbo di una calda estate.



giovedì 18 settembre 2014

Se strappi il cuore a uno scozzese, di Paola Peduzzi

La Scozia si sente come una moglie menata, con il marito che nega tutto. Il fronte del “no” non l’ha capito, e s’è messo gli abiti del ragioniere. Ora corre ai ripari, sperando che alla fine, il 18 settembre, prevalga la ragione


Foto Ap
Cuore e ragione litigano, in Scozia, il cuore porta verso l’orgoglio e l’indipendenza, la ragione impone cautela e compromesso: c’è da stare attenti, quando ci si separa, si sogna tanto la solitudine e poi non si sa stare da soli un minuto. Il referendum che si terrà il 18 settembre in tutta la Scozia è una battaglia tra il cuore e la ragione, un “wrestling”, come tuitta Rupert Murdoch, fornendo in pochi caratteri la sintesi dello show che si concluderà nelle urne: cuore e ragione dovranno infine andare nella stessa direzione. Che per Murdoch è verso il “sì”, se è vero come sostengono molti (al Foglio lo dice anche Andrew Sparrow, cronista politico del Guardian spostato al volo da Westminster a Edimburgo visto lo stato d’emergenza) che il Sun edizione scozzese, tabloid numero uno, sta per fare l’endorsement per l’indipendenza – e in questi giorni se la ride, sguaiato, vedendo il via vai dei politici londinesi per le piazze scozzesi finora disertate: che cosa credete, chiedono i commentatori beffardi, di essere capaci di spostare qualche voto? Il Sun sì che li sposta, lo sanno tutti. Ma anche dentro al quotidiano popolare cuore e mente litigano – a Murdoch non piace sbagliare: se si schiera è per vincere – perché, diciamolo, l’indipendenza con il portafoglio vuoto non la vuole nessuno. E il punto, alla fine, è tutto qui: conviene staccarsi dal resto del Regno?

Per rispondere, però, per iniziare a ragionare di convenienza economica, numeri alla mano e ricavi da petrolio e forecast sul medio-lungo periodo, bisogna prima passare sul cuore degli scozzesi che è forte, coraggioso, sfrontato, pazzo e soprattutto si sente vittima di un’ingiustizia. Un’ingiustizia storica, che risale a secoli fa, ma che è stata tramandata di generazione in generazione, come ha raccontato lo scozzese AA Gill sul Sunday Times, in un articolo meraviglioso che da solo spiega quasi tutto quel che c’è da capire: “Gli inglesi alzano gli occhi al cielo quando si parla del passato e dicono agli scozzesi: ‘Su forza, fatevene una ragione, passate oltre. Basta con questo vittimismo’, che è quel che i mariti che picchiano le mogli dicono alle loro vittime”. Mogli menate, si sentono gli scozzesi, e i lividi non passano mai, fanno male ogni volta che diventa chiaro che l’unione non ha portato a un matrimonio paritario, né socialmente né economicamente. Così ogni motivo è buono per una ripicca contro gli inglesi, ed è per questo che, da quando è iniziata la campagna per il referendum, il fronte del “no” ha scoperto di avere un grande problema: nessuno può andare in Scozia a parlare dell’unione se proviene dall’unione. Chi ci prova fa l’effetto, come dicono gli scozzesi, di “uno che ti piscia nella zuppa”.

Li avete visti i politici londinesi accorsi al nord questa settimana dopo che il Sunday Times ha pubblicato il primo (e unico) sondaggio che dava il fronte del “sì” in vantaggio? David Cameron, premier conservatore, è riuscito a dire: votate per quel che è giusto per voi, non per dare un calcio agli “effing Tory”, dove effen è un modo più elegante per dire “fucking”, e il significato non cambia. Ha semi-insultato il suo partito, geniale, in una terra in cui i Tory non esistono da tempo, hanno un unico parlamentare. E’ uno dei lati oscuri dell’eredità thatcheriana: basta nominare i conservatori al di sopra del fiume Tweed ed è subito chiaro che non sono più un partito nazionale. Ed Miliband, leader del Labour, nel tour emergenziale che è stato seguito dall’arrivo del “Save the Union Express”, il treno dei laburisti per il “no” (“arrivano gli imperialisti!”, dicono i sostenitori del “sì”), ha fatto un appello con “mente, cuore e anima”, cercando di iniettare un po’ di passione laddove finora la campagna “Better Together” è stata tutta numeri e niente empatia: ma mente, cuore e anima si potranno (forse) muovere insieme per un laburista londinese, non certo per uno scozzese, che è, per sua natura, diviso. Nick Clegg, leader dei Lib-Dem e vicepremier, si è appiattito sulla linea Gordon Brown, ex premier laburista di scarso successo tramutatosi in salvatore della patria: avrete più indipendenza se non votate “yes”, la devolution sarà molto più ampia di come è oggi, sarà cioè un’indipendenza di fatto, senza che la Scozia diventi una nazione.

E’ l’argomentazione più saggia fornita agli elettori indecisi, che sono ancora tanti, ma arriva dopo mesi in cui la strategia londinese è stata ispirata alla minaccia e a quello che gli esponenti dello Scottish National Party (Snp, e che nessuno si sbagli con quella “n”: non sta per “nationalism”) chiamano “bullismo”. Vi togliamo la sterlina, vi togliamo la partnership con l’Europa – che in Scozia, a differenza di quanto accade in buona parte del Regno, non è vista così male: sono arrivati tanti fondi da Bruxelles, e sono stati utili, perché con la gestione dei soldi i leader scozzesi non sono credibili, basta dare un occhio al nuovo palazzo del Parlamento, un orrore costato una fortuna – vi togliamo il Sistema sanitario, vi togliamo persino la Bbc, resterete soli e isolati, lassù, a pigliarvi il vostro insopportabile vento in faccia. Non appena la paura di una secessione reale è diventata concreta – sempre per via di quell’unico sondaggio, e se si sta alle rilevazioni, il trend è già tornato dove era sempre stato: verso gli unionisti, ma “too close to call” – i mercati sono crollati, Cameron ha chiamato i businessman più importanti del paese per convincerli a fare di tutto per evitare la vittoria del “sì”, mentre stando alle dichiarazioni di “Better Together”, cinque banche – Tesco Bank, Tsb, Lloyds, Rbs e Clydesdale Bank – hanno già deciso di spostare la loro sede a Londra se al referendum gli indipendentisti dovessero avere la meglio. Il messaggio arrivato da parte degli unionisti è stato: siete troppo deboli, troppo poveri, troppo insignificanti per stare da soli. Ed è evidente che così Alex Salmond, che alla pratica dell’indipendenza ha dedicato la sua carriera e che è dotato di un carisma e di un’ironia che i suoi colleghi londinesi si sognano, ha avuto gioco facile nel parlare al cuore degli scozzesi, da moglie menata: ci meritiamo di più, e anche se sarà doloroso, meglio soli che con un marito così.

Il bullismo del governo centrale è dettato dal fatto che il voto del 18 settembre non impatterà soltanto sui cinque milioni di scozzesi che possono dare il loro voto (il 97 per cento degli aventi diritto si è registrato per andare alle urne) ma anche sugli altri 58 milioni di cittadini del Regno (compresi gli scozzesi che vivono fuori dalla Scozia che non hanno diritto di voto): la Gran Bretagna perderebbe molta della sua influenza a livello internazionale, molto del suo prestigio, potrebbe diventare più fragile, appunto, più insignificante, per non parlare delle conseguenze tecniche sulla sterlina, sulla finanza, sui meccanismi politici (nel paese e nelle sedi esterne, prima fra tutte quella a Bruxelles), sulla bandiera stessa, che dovrebbe capire come trasformarsi una volta rimasta senza il suo blu, e sui sottomarini nucleari che di base stanno nel mare scozzese.

A questo punto, propongono gli inglesi, compreso l’Economist in edicola da ieri, dovremmo votare tutti, perché il nostro destino è comune, e non possono determinarlo soltanto quelli del nord, che rappresentano il 7 per cento della popolazione nazionale. Che paradosso: l’origine del “Better Together” è proprio questa, il destino comune, insieme siamo più forti, siamo quello “splendid mess of a union”, il casino splendido dell’unione, che ha magistralmente tratteggiato lo storico inglese Simon Schama in un articolo sul Financial Times. Eppure, al posto di valorizzare i benefici dell’unione, ricordando tutto quel che è stato fatto insieme, gli Adam Smith e i David Hume che andavano al Select Club di Edimburgo e rivoluzionavano l’economia e la filosofia scendendo a sud, il fronte del “no” ha scelto di buttarsi esclusivamente sui calcoli: quanto perdi di pensione se vince l’indipendenza e che cure dovrai pagarti con i tuoi soldi (pochi) se sei tanto scriteriato da schierarti con Salmond.

Ci stanno pensando adesso, gli unionisti, al cuore. Lo Spectator, magazine conservatore che sostiene che la vittoria del “sì” sia la fine della carriera politica di Cameron, è in edicola con una copertina blu e la preghiera: “Scotland, please stay” e raccoglie i contributi dei lettori che spiegano perché l’unione non si deve spezzare. Lo Statesman, magazine di sinistra, pubblica un lungo articolo di Tom Holland che spiega, dalla Magna Charta in poi, come inglesi e scozzesi si siano spesso specchiati gli uni negli altri, con rabbia, ma anche trovando ispirazioni. Proprio quando stava per scadere il tempo, il fronte del “no” ha scoperto la nostalgia, quello strazio che è alla base dei tanti e bei pianti funebri che escono dalle cornamuse. Non si possono condividere il sangue e la fierezza e la storia (l’ingiustizia storica ancora meno), ma la sofferenza per paura dell’addio, quella sì. Stando sempre all’erta, perché al fondo resta che la Scozia si sente un posto a sé, e che forse vincerà la ragione, nelle urne, i calcoli della spesa e la convenienza, ma la divisione non sarà colmata. Non è nella storia degli scozzesi, non è nella loro natura. Provate a rileggere in questi giorni “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, quando dice: “Per quanto io fossi preso da un profondo dualismo, le due nature in me coesistevano in perfetta buona fede, ed ero ugualmente me stesso sia quando, sciolto ogni freno, ero immerso nella vergogna, sia quando mi affaticavo a lavorare per il progresso della scienza o per dare sollievo al dolore e alla sofferenza”. Non è un caso che sia stato scritto a Edimburgo.

venerdì 29 agosto 2014

Canzone della triste rinuncia‏, di F. Guccini


Le luci dentro al buio sono andate via

e l'allegria comprata è già sparita.

Il giorno dopo è sempre la malinconia

che spezza la magia di un'altra vita.

La forza che ti lega è grande più di te

l'anello al collo si stringe sempre più

non dare più la colpa al mondo o a lei

per la rinuncia triste a quello che non sei.

Lo sai cosa vuol dire stare giorni interi

a buttar via nel niente solo il niente?

Fai mille cose ma sono sempre i tuoi pensieri

che scelgono per te diversamente.

Son stanco d'aver detto le cose che dirò

di aver già fatto le cose che farò

ma è tardi, troppo tardi per piangere ormai

sulla rinuncia triste a quello che non fai.

Credevo l'incertezza, possibilità

e il dubbio assiduo l'unica ragione

ma quali scelte hai fatto in piena libertà?

Ti muovi sempre dentro a una prigione.

Non è la luce o il buio né l'ero ed il sarò

non è il coraggio che ti fa dir "Vivrò"

è solo un'altra scusa che usare vuoi

per la rinuncia triste a quello che non puoi.

Non voglio prender niente se non so di dare

Io e chissà chi decidono ciò che posso.

Non ho la voglia o la forza per poter cambiare

me stesso e il mondo che mi vive addosso.

E forse sto morendo e non lo so capire

o l'ho capito e non lo voglio dire

rimangono le cose senza falso o vero

e la rinuncia triste a quello che io ero.


http://www.testitradotti.it/canzoni/francesco-guccini/canzone-della-triste-rinuncia

giovedì 28 agosto 2014

Sgozzati dal multiculturalismo, di Giulio Meotti

Parla Scruton: “I terroristi islamici vengono dal nostro vuoto che fa sbadigliare”. Lo Stato islamico ha scelto un inglese per l’esecuzione di Foley per “testimoniare l’assoluto rigetto dell’identità occidentale”

“L’assassino di James Foley è il prodotto del multiculturalismo inglese”. Era coperto il volto del decapitatore dello Stato islamico di Iraq e Siria che ha tagliato la testa al reporter americano. I servizi britannici ritengono che sia un rapper inglese, “John il jihadista”, come era stato inizialmente identificato il terrorista islamico. Si tratterebbe di Abdel Majed Abdel Bary, un membro del gruppo britannico conosciuto come “The Beatles” che ha lasciato la casa di famiglia in un elegante quartiere della capitale inglese un anno fa per combattere al fianco dei jihadisti.

Secondo il filosofo e commentatore Roger Scruton, fra le voci più note e ascoltate d’Inghilterra, dietro a quella lama c’è “una politica che ha portato alla frammentazione sociale. E’ questo il multiculturalismo. L’islam non accetta il dominio laico della legge e per questo germoglia nell’Europa ultra secolarista. I killer di Iraq e Siria sono musulmani che credono che Dio li abbia autorizzati a uccidere e la loro religione non dà a nessuno l’autorità di fermarli. Tutto quello che il multiculturalismo ha ottenuto è distruggere una cultura pubblica condivisa, e al suo posto ci ha messo un vuoto che fa sbadigliare. Il più grande bisogno umano non è la libertà, come pensano i liberal, ma l’obbedienza, come hanno capito i musulmani. Giovani delle minoranze islamiche, come quelli che nell’estate del 2005 uccisero cinquanta persone innocenti a Londra, sono i prodotti della follia multiculturale. E’ come se il Vecchio continente non avesse nulla da offrire loro”. Mesi fa venne fatto circolare dallo Stato islamico un video della propaganda dalla Siria: “Non mi sono mai sentito tanto musulmano quanto adesso”, ripete un cittadino belga nel filmato.

D’accordo con Roger Scruton l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, il quale ieri ha denunciato “un multiculturalismo che ci ha portato soltanto sharia, delitti d’onore e mutilazioni”. Sarebbero inglesi cinquecento degli oltre duemila musulmani con passaporto europeo andati a fare il jihad in Siria e Iraq. Secondo Charlie Cooper, un ricercatore della Quilliam Foundation, lo Stato islamico ha scelto un inglese per l’esecuzione di Foley per testimoniare al mondo “il completo rifiuto della nazionalità britannica”. Come se la decapitazione fosse la celebrazione di uno scisma. I terroristi inglesi sono “i più efferati” in Siria e Iraq, secondo Shiraz Maher, analista del King’s College di Londra. E per rimarcare il fenomeno, il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond ha detto che questi sudditi di Sua Maestà sono anche coloro che “commissionano le atrocità”. Altro che manovalanza europea. Sono europee le menti dei bagni di sangue di cristiani, yazidi, sciiti e cittadini americani.

“Esportavamo libertà, oggi terroristi”

Abdul Waheed Majeed, un padre di tre bambini di Crawley, nel Sussex, si è appena fatto esplodere ad Aleppo. Uno dei tanti inglesi morti sul suolo siriano e iracheno negli ultimi mesi. Ieri il quotidiano Daily Mail pubblicava le fotografie di una comitiva di musulmani inglesi all’aeroporto di Gatwick. Sorridono e hanno un biglietto di sola andata per Antalya, Turchia, una delle porte d’accesso per la guerra santa. Vengono tutti dalla cittadina inglese di Portsmouth. Trenta inglesi ogni mese lasciano Londra per il “Jihad Express”. La loro vita media sui campi di battaglia è di tre giorni. Un paradosso ben sintetizzato da Douglas Murray sullo Spectator: “Il paese che ha esportato la libertà in tutto il mondo adesso esporta terrorismo”. Un nichilismo che ha il volto di un teenager islamico con passaporto francese, la maglietta di Dolce & Gabbana, il Corano e un fucile nell’altra mano. Europei che dicono di andare a “espiare i peccati”. La morte è la loro ricompensa. I peccati sono quelli dell’Europa. La voce che li ha declamati a James Foley, nella sabbia di Raqqa, aveva un accento da “multicultural London English”.

mercoledì 27 agosto 2014

Tutto il male della beneficenza è spiegato dal Vangelo (Matteo 19,19), di Camillo Langone

Non era mia intenzione parlare di secchiate, sono un uomo elegante. Sempre mi ha ripugnato il gavettone, in ogni sua forma: scherzo da caserma o da ferragosto, comunque scherzo da villani e da maschi privi di accesso alla bellezza. Il gavettone mediatico poi. Il gavettone solidale è ancora più schifoso perché maschera la violenza (il gavettone è violento anche se autoinflitto) con la bontà, strumentalizzata, umiliata e distrutta pur di giustificare uno spettacolino osceno. Ma non era mia intenzione parlare di secchiate, dicevo. Piuttosto vorrei parlare di beneficenza. Vaffanculo la beneficenza. La beneficenza come presentemente la si pratica è innanzitutto un ladrocinio, e lo ha spiegato l’economista Walter Block: “Beneficenza è per definizione una vocazione spontanea. Se un individuo viene costretto a donare non è uno che fa beneficenza ma è la vittima di un furto”. Siamo continuamente ricattati. Se non fai beneficenza agli invasori africani pagando le tasse (ogni invasore accolto in Sicilia costa al contribuente 2.400 euri al mese secondo alcuni calcoli, un po’ meno secondo altri, comunque tanti) ecco che arriva lo stato e ti sequestra casa, macchina, conto corrente. Se non versi l’obolo alla zingara incinta fuori dalla chiesa o dentro il treno ecco che sei cattivo. Se non compri la rosa zozza dall’asiatico che ti disturba mentre ceni al ristorante con l’amata ecco che sei spilorcio e antiromantico.
 Mi allontanano dalla beneficenza indiscriminata la mia sensibilità, in cui credo molto, e l’unico maestro, in cui credo di più: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Da questa esortazione evangelica ne ricavo che Dio mi chiede in primo luogo di amare me stesso. Basta questo, secondo me, per escludere la possibilità di rovesciarsi o farsi rovesciare in testa acqua gelata, o detriti come a Gaza, o qualsiasi altra cosa che non siano petali di fiori. Dignità, questa sconosciuta… In secondo luogo Dio mi chiede di amare il mio prossimo. E quindi non il lontano: il vicino. Non l’umanità: i famigliari, gli amici, forse i condomini, al limite i concittadini. Ed è già difficilissimo. Se fatichiamo a sopportare i nostri famigliari, i nostri amici, i nostri condomini, i nostri concittadini, come possiamo anche solo immaginare di amare tutte le genti? La mia interpretazione di Matteo 19,19 non è soltanto mia, è del monaco benedettino Elmar Salmann, dell’ebreo convertito al cattolicesimo Ivan Illich, del biblista Sergio Quinzio: “Non solo per l’Antico Testamento ma anche per Gesù il precetto di amare il prossimo vale solo in riferimento a coloro che sono prossimi nella stessa comunione, stesso popolo, stessa fede. Nei Vangeli non si parla certo di un amore universale esteso a tutti gli uomini”. Non se ne parla proprio di amore universale e lo affermano studiosi che a differenza di me conoscono greco ed ebraico, magari pure l’aramaico, e che alla Sacra Scrittura hanno dedicato la vita. E allora perché la gente immagina che sia così? Perché la beneficenza agli sconosciuti risparmia di guardare in faccia il bisogno dei conosciuti, chiaro. Le astrazioni sono sempre più comode della realtà. Ecco quindi fiorire elargizioni sostitutive della vera carità: fai una donazione a Gino Strada e lasci che la nonna finisca in ospizio, fai una donazione a Medici senza frontiere e dimentichi di andare a trovare tuo padre in ospedale, fai una donazione alla Lav e ti volti dall’altra parte se un’amica abortisce. Quando la beneficenza si misura a secchi, le opere di bene si misurano col contagocce.